Una di notte inoltrata, novembre, piedi gelidi, due coperte.
Stavo riflettendo sulla mia vita, come spesso mi succede di fare (nel mio continuare ad entrare ed uscire dalla bolla di isolamento dalla realtà).
Ieri suonavo la chitarra e piangevo.
Cioè, per chiarire meglio il susseguirsi degli eventi: ho preso la chitarra, ho iniziato a suonare gli accordi di una delle canzoni che hanno più significato per me, e quando ho iniziato a cantare mi sono accorta che intanto mi si erano gonfiati gli occhi di lacrime.
E mentre suonavo, cantavo e a tratti piangevo, ho pensato che sì, voler fare musica significa anche essere in grado di lasciare spazio ad emozioni vere.
A volte bei ricordi. A volte nostalgie, mancanze, malinconie. A volte ferite, perchè anche loro hanno bisogno di farsi sentire, ogni tanto.
E non è una cosa da sottovalutare.
Intendo proprio lasciarsi andare. Strappare quel pezzo di te dal profondoprofondo del tuo cuore e donarlo agli altri; non avere paura di ascoltare quella canzone, di urlare quella canzone, di sussurrare quella canzone, di scrivere una canzone, di trovarci una vita intera, in una piccola insignificante immensa infinita canzone.
E ho avuto la chiara e netta sensazione, di nuovo, di voler fare questo nella vita.
Musica.
A costo di farmi male.
A costo di sembrare ridicola.
A costo di perdermi e ritrovarmi mille volte.
A costo di non lasciarmi mai le cose alle spalle, i sentimenti alle spalle, gli anni alle spalle.
A costo di sembrare fin troppo staccata dalla realtà.
A costo di non risultare una persona seria, neanche questa volta, neanche domani, neanche quando "sarà il caso".
Ho bisogno, bisogno, bisogno nella mia vita della musica. E di poterne fare parte, in qualche modo.
Non dico di voler stare sotto i riflettori, non dico di volermi mettere in mostra e di scalare le classifiche del mondo. Credo, solo, di voler arrivare al cuore della gente, di voler raccontare la vita, i casini, le felicità, gli ostacoli, di voler essere in grado di darmi forza con le MIE forze, di non dovermi aggrappare ad altro, o ad altri, ma di sapermi rialzare in piedi in ogni momento, così, come sono. Esattamente come sono.
Lo scrivo perchè non me lo voglio dimenticare.
Perchè non voglio che arrivi mai il momento in cui io rinunci ad essere me stessa, in cui, come una cosa da mettere nello scatolone, abbandoni questa passione per dedicarmi ad un lavoro più normale, ad una vita più normale, a passatempi più normali.
Ho imparato giorno dopo giorno a gestire le mie emozioni, i diecimila trip mentali con cui convivo, le mie insicurezze e fragilità, i miei desideri, i miei sentimenti.
Ed esprimerli, riuscire a tirarli fuori significa decidere di non avere paura, di affrontarli, di affrontare te stessa e di ritrovare quel "come mi sento" di tre, quattro anni fa, di ieri, del futuro, di sempre.
La musica fa esattamente questo. Ti fa ricordare tutte le piccole crepe che ti ritrovi addosso o dentro di te, che custodisci nascondendole ed evitando di ripensarci, perchè poi ti blocchi, perchè poi non c'è via d'uscita. Ma essere forti significa accettarle, ammettere di averle, e caspita, ci ho messo tanto a capirlo, ma è l'unica cosa che ti fa andare avanti: essere consapevole di ciò che sei.
La musica fa così: lei va controcorrente e ti chiede di mettere tutto sulla bilancia, di non tralasciare nulla delle sfaccettature della tua personalità e di far respirare ogni singola cicatrice, di essere te stessa al 300%, e questo delle volte è difficile e delicato, pure pericoloso se ci fa ricadere dove non dovremmo, se ci illude di poter essere dove non saremo mai.
E sapete una cosa? Ci vuole un sacco di forza d'animo per vivere di musica. E per "vivere di musica" non intendo guadagnarci. Intendo essere in grado di risuonare quella stessa canzone, fra altri vent'anni, e piangere ancora, se ci va. Perchè quelli siamo noi. Perchè ci va, punto, e poco importa del resto. Perchè ancora una volta stiamo uscendo dalle nostre tane fatte di piccoli impegni, di piccole routine, di discorsi a vuoto, e stiamo ritornando a quel punto di partenza, di svolta, di fine, di riferimento. Ma esattamente quel punto nascosto da qualche parte dentro di noi. E nonostante tutto ne vale la pena, eccome.
Io so che l'ho trovato, il mio posto. Tra le note. Esattamente tra le note.
Non per questione di "essere portata", di avere del talento, di sapere di essere in grado di comunicare, ma semplicemente perchè ho capito e imparato che è con e tra le note che mi sento in tutto e per tutto quella che sono.
Credo in qualche modo di appartenere a questo mondo, e non voglio andarmene, non voglio essere innaturale, non voglio non farci più caso.
E so che non succederà.
A costo di rimetterci la stabilità emotiva e mentale, ogni giorno.
A costo di rimanere ancorata ai ricordi e alle speranze per una vita intera.
A costo di essere la prima a dire che non ci capisco proprio un cazzo, del mondo.
E mi sta bene così.
martedì 17 novembre 2015
domenica 18 ottobre 2015
Tempo dove sei?
Tempo.
Tempo dove sei.
Scrivo alla fine di questa domenica che giorno di riposo si fa per dire, scrivo ma ho fatto fatica ad aprire questa pagina bianca, perché la prima cosa che ho pensato è "non ho tempo". Ed è vero, non ho proprio tempo: domani mi alzo alle 5.51, la solita sveglia del lunedì che mannaggiattè, e ancora adesso ho delle cose da finire, da sistemare, da risolvere, che è ottobre e già sto sull'orlo dell'esaurimento. Ma forse non c'è il tempo nemmeno per esaurirsi, nemmeno per dire che stiamo impazzendo.
Questa cosa delle volte mi fa davvero saltare i nervi.
E allora eccomi qui. Ho gli occhi che si chiudono, gli elenchi di cose da fare che mi ronzano in testa, ma sono ferma. Ferma su questa sedia davanti a questa scrivania con questa tastiera del computer con cui scrivo parole totalmente a caso. Perché voglio, macché voglio, PRETENDO, di avere la libertà di farlo.
Tempo.
Siamo risucchiati via dal tempo e dalle "tabelle di marcia", dagli orari di lezione e da questa sensazione di avere sempre qualcosa da archiviare, per sentirci meglio, perché se no si accumula tutto, perché se no, poi, domani, come faccio?, perché "no, scusa, un'altra volta, oggi ho da fare."
Da fare, fare, fare, fare, fare, fare, fare, fare.
E noi dove siamo?
Giuro, ogni tanto me lo chiedo. Noi dove cavolo siamo in tutto questo macello?
Forse è per questo che, in qualche maniera, cerco disperatamente dei modi per ritrovarmi, in queste giornate senza tregua, per ritrovare me stessa anche per 5 miserissimi minuti. Ed è per questo che mi vedete immersa nel mio mondo, per strada, con la musica nelle orecchie e non mi accorgo di voi, involontariamente, ma forse in quel momento ce la sto mettendo tutta per isolarmi dalle lancette che mi spingono sempre oltre, e sto cercando di coglierli, quei 5 miserissimi minuti di me, ventenne stanca un po' fuori di testa, e di non farli scivolare via sempre, così, e di non scivolare via con loro sempre, così, che basta, andiamo a letto e domani è un altro giorno. Certo, un altro giorno così, che basta, andiamo a letto di nuovo.
Non dico che la mia vita non mi piaccia. Non è così. Ho fatto delle scelte e le rispetto, perché ne conosco il motivo e so che contano. Però devo dire che delle volte è difficile. Davvero è difficile non perdersi di vista da soli, non iniziare a vagare senza sapere cosa cazzo stiamo facendo in questa vita, non essere indifferenti a quello che proviamo, e a quello che vorremmo, adesso, in questo istante, davvero e con tutto il cuore, perché so che tutti lo vogliamo, qualcosa, davvero, adesso, ma non c'è tempo. E facciamo tutti quanti finta che possa andare bene così. E tiriamo avanti, con i nostri acciacchi e i nostri casini in testa, sormontati dai rumori della metropolitana e della gente che parla al telefono. Ecco perché mi piacciono gli abbracci, le canzoni, i racconti. Quelli durano quanto ti pare. Concretamente sì, possono durare qualche secondo, una manciata di minuti, se vuoi, ma dentro ci trovi una miriade di emozioni e di tempo mai vissuto e di ricordi ripetuti fino alla nausea e di colori e di nuove speranze e di persone mai incontrate, ritrovate, perse, odiate, amate. E' così, che mi piace starne fuori, capito?, da questo pasticcio del tempo, delle 24 ore e della Terra che gira, precisa, torna il Sole e sei fregata, è un altro giorno, appunto, e sei in ritardo, non hai il tempo per prendere un caffè perché se no il posto seduta in Università te lo scordi, prendi la solita focaccia più economica che trovi perché non hai il tempo di cucinare, e non hai il tempo di mangiare, inizia la lezione, e non hai il tempo di sentirla finire, che devi correre a prendere il treno, e non hai il tempo di camminare, che devi correre a prendere l'autobus, e le energie se le risucchia il tramonto, così, senza chiedertelo, senza permesso, senza un'autorizzazione firmata, diamine, chiedimi se puoi, non ce la fai a lasciarmi ancora una manciata di reattività per capire dove mi trovo? e perché, perché, perché vago come una trottola cercando di ottenere qualcosa, di recepire informazioni, di rispondere a domande, di trovare soluzioni, di risolvere questa vita quasi fosse un'equazione a fine giornata la finisci e via, domani ce ne sarà un'altra.
Ma fosse solo quello. Fossero solo i resoconti e i risultati.
E il tempo per tutto il resto dov'è? E noi dove siamo ragazzi?
Hello, is there anybody in there?
Tempo dove sei.
Scrivo alla fine di questa domenica che giorno di riposo si fa per dire, scrivo ma ho fatto fatica ad aprire questa pagina bianca, perché la prima cosa che ho pensato è "non ho tempo". Ed è vero, non ho proprio tempo: domani mi alzo alle 5.51, la solita sveglia del lunedì che mannaggiattè, e ancora adesso ho delle cose da finire, da sistemare, da risolvere, che è ottobre e già sto sull'orlo dell'esaurimento. Ma forse non c'è il tempo nemmeno per esaurirsi, nemmeno per dire che stiamo impazzendo.
Questa cosa delle volte mi fa davvero saltare i nervi.
E allora eccomi qui. Ho gli occhi che si chiudono, gli elenchi di cose da fare che mi ronzano in testa, ma sono ferma. Ferma su questa sedia davanti a questa scrivania con questa tastiera del computer con cui scrivo parole totalmente a caso. Perché voglio, macché voglio, PRETENDO, di avere la libertà di farlo.
Tempo.
Siamo risucchiati via dal tempo e dalle "tabelle di marcia", dagli orari di lezione e da questa sensazione di avere sempre qualcosa da archiviare, per sentirci meglio, perché se no si accumula tutto, perché se no, poi, domani, come faccio?, perché "no, scusa, un'altra volta, oggi ho da fare."
Da fare, fare, fare, fare, fare, fare, fare, fare.
E noi dove siamo?
Giuro, ogni tanto me lo chiedo. Noi dove cavolo siamo in tutto questo macello?
Forse è per questo che, in qualche maniera, cerco disperatamente dei modi per ritrovarmi, in queste giornate senza tregua, per ritrovare me stessa anche per 5 miserissimi minuti. Ed è per questo che mi vedete immersa nel mio mondo, per strada, con la musica nelle orecchie e non mi accorgo di voi, involontariamente, ma forse in quel momento ce la sto mettendo tutta per isolarmi dalle lancette che mi spingono sempre oltre, e sto cercando di coglierli, quei 5 miserissimi minuti di me, ventenne stanca un po' fuori di testa, e di non farli scivolare via sempre, così, e di non scivolare via con loro sempre, così, che basta, andiamo a letto e domani è un altro giorno. Certo, un altro giorno così, che basta, andiamo a letto di nuovo.
Non dico che la mia vita non mi piaccia. Non è così. Ho fatto delle scelte e le rispetto, perché ne conosco il motivo e so che contano. Però devo dire che delle volte è difficile. Davvero è difficile non perdersi di vista da soli, non iniziare a vagare senza sapere cosa cazzo stiamo facendo in questa vita, non essere indifferenti a quello che proviamo, e a quello che vorremmo, adesso, in questo istante, davvero e con tutto il cuore, perché so che tutti lo vogliamo, qualcosa, davvero, adesso, ma non c'è tempo. E facciamo tutti quanti finta che possa andare bene così. E tiriamo avanti, con i nostri acciacchi e i nostri casini in testa, sormontati dai rumori della metropolitana e della gente che parla al telefono. Ecco perché mi piacciono gli abbracci, le canzoni, i racconti. Quelli durano quanto ti pare. Concretamente sì, possono durare qualche secondo, una manciata di minuti, se vuoi, ma dentro ci trovi una miriade di emozioni e di tempo mai vissuto e di ricordi ripetuti fino alla nausea e di colori e di nuove speranze e di persone mai incontrate, ritrovate, perse, odiate, amate. E' così, che mi piace starne fuori, capito?, da questo pasticcio del tempo, delle 24 ore e della Terra che gira, precisa, torna il Sole e sei fregata, è un altro giorno, appunto, e sei in ritardo, non hai il tempo per prendere un caffè perché se no il posto seduta in Università te lo scordi, prendi la solita focaccia più economica che trovi perché non hai il tempo di cucinare, e non hai il tempo di mangiare, inizia la lezione, e non hai il tempo di sentirla finire, che devi correre a prendere il treno, e non hai il tempo di camminare, che devi correre a prendere l'autobus, e le energie se le risucchia il tramonto, così, senza chiedertelo, senza permesso, senza un'autorizzazione firmata, diamine, chiedimi se puoi, non ce la fai a lasciarmi ancora una manciata di reattività per capire dove mi trovo? e perché, perché, perché vago come una trottola cercando di ottenere qualcosa, di recepire informazioni, di rispondere a domande, di trovare soluzioni, di risolvere questa vita quasi fosse un'equazione a fine giornata la finisci e via, domani ce ne sarà un'altra.
Ma fosse solo quello. Fossero solo i resoconti e i risultati.
E il tempo per tutto il resto dov'è? E noi dove siamo ragazzi?
Hello, is there anybody in there?
mercoledì 26 agosto 2015
Questione di equilibrio
Sai cosa, è che è l'equilibrio che ti frega. L'equilibrio.
Quello nel mondo, quello dentro di te, quello tra le persone, quello coi tuoi sentimenti, quello con il tuo carattere.
Niente; tu ti ci metti, ti impegni, respiri aria pulita, ti concentri sulle cose positive, ma basta un nulla e bam, giù a terra, con i graffi sulle mani. Ti sforzi di essere paziente, gentile, poi succede una cosa, magari impercettibile, che non lo sai come mai ma la odi, la odi così tanto e vorresti prendere a calci tutti. Che un altro ti scoppierebbe a ridere in faccia, che smettila, questa è bell'e che buona, che dai, è una cosa da niente, eppure tu la odi. Non è semplice, mantenere un equilibrio. E le persone, tra loro, fanno ancora più fatica. E questo oh, ti aggroviglia lo stomaco.
Pensa te, tu sei qui che, che ne so, ascolti la musica e pensi a quello che hai perso, e ti disperi, e dall'altra parte c'è chi va avanti, che ciao, il futuro è bello, e se la ride, o magari ora dorme mentre tu non chiudi occhio, o magari tu ci pensi le ore e quella persona una manciata di secondi. Dico, succede. Ed è insopportabile, perchè lì ti strappi i capelli. E gli altri ridono. Alla grande. Ridono tutti.
E un giorno dici hei, massì, ora cambio strada, ci metto un punto e sai, oggi è una bella giornata di quelle che lo urlerei al mondo, che ho solo voglia di ricominciare. E intanto l'altro o l'altra è lì, nel casino della sua testa, che stavolta aspetta, ci sta pensando, che no, vuole tornare indietro, che ha fatto una cazzata e lo vorrebbe urlare al mondo, che vuole tornare indietro, che forse non fa più così ridere, la faccenda.
E va a finire che le cose ce le si urla in testa, da soli: che si ricomincia, che si torna indietro, che si ama ancora, che non te ne frega un cazzo, che dopotutto puoi farne a meno, che ci pensi giornoenotte. Ma mai, mai una volta che si sia d'accordo, mai una volta sulla stessa lunghezza d'onda. E lì nascono i casini. Che uno lotta con sè stesso, e con l'umanità, e con il mondo, per trovare quel maledetto equilibrio, che in fondo chissenefrega, del resto. E invece no. Perchè non ci riesci. Perchè c'è qualcuno, qualcosa da aspettare.
E Dio solo sa come vorresti che per qualche secondo ci si sentisse così, entrambi, o tutti, tutti quelli in questione, che voglio dire, così ci sarebbe poco da riequilibrare, poco da chiarire quando le parole neanche ti escono dalla testa, perchè andrebbe bene così; perchè entrambi, o tutti quelli in questione, saprebbero tutto, tutto quel che significa. E cosa c'è da mettersi d'accordo? Cosa c'è da chiarire?
Sarebbe bello avere la certezza che vada così, ogni tanto. Che ci sia un filo, da qualche parte, nell'Universo, dove non si cade mai. O se proprio deve succedere, dove non si cade mai da soli, e non si cade mai lontani.
Che ci teniamo su a vicenda con uno sguardo e non c'è niente da dire, nient'altro da aggiungere, davvero, niente di cui preoccuparsi.
Che, diamine, se c'è da cadere cadiamo insieme, senza che uno si faccia il triplo del male dell'altro, che non è giusto, per niente.
Che, oh, minchia, dividiamolo a metà questo male, che un po' di compagnia nel casino ci vuole.
E invece cretini, cretini e cocciuti e umani, a fare i funamboli fenomeni e dopo ognuno cade a modo suo, e quando decide che basta è finita stop io mi lancio mica te lo dice, che ha bisogno di te, per rialzarsi, che magari te il filo l'hai già attraversato e hai preso il lato più semplice, che lì da te non piove, che lì non tira un vento bastardo da non capire più nulla.
E perchè solo a me? Perchè solo a te? Perchè c'è da domandarsi tutto, in questa vita, su questo filo dove si rischia a giorni alterni?
Merda, ma dimmelo, diciamocelo un giorno, un'ora, un giorno che ce la sentiamo, un'ora che non fa paura, che almeno rischiamo insieme. Che almeno troviamo un equilibrio precario, ma bello, bello forte, prima di farci fregare di nuovo e doverci rispiegare la vita dall'inizio, prima di dover imparare a fidarci di nuovo.
Quello nel mondo, quello dentro di te, quello tra le persone, quello coi tuoi sentimenti, quello con il tuo carattere.
Niente; tu ti ci metti, ti impegni, respiri aria pulita, ti concentri sulle cose positive, ma basta un nulla e bam, giù a terra, con i graffi sulle mani. Ti sforzi di essere paziente, gentile, poi succede una cosa, magari impercettibile, che non lo sai come mai ma la odi, la odi così tanto e vorresti prendere a calci tutti. Che un altro ti scoppierebbe a ridere in faccia, che smettila, questa è bell'e che buona, che dai, è una cosa da niente, eppure tu la odi. Non è semplice, mantenere un equilibrio. E le persone, tra loro, fanno ancora più fatica. E questo oh, ti aggroviglia lo stomaco.
Pensa te, tu sei qui che, che ne so, ascolti la musica e pensi a quello che hai perso, e ti disperi, e dall'altra parte c'è chi va avanti, che ciao, il futuro è bello, e se la ride, o magari ora dorme mentre tu non chiudi occhio, o magari tu ci pensi le ore e quella persona una manciata di secondi. Dico, succede. Ed è insopportabile, perchè lì ti strappi i capelli. E gli altri ridono. Alla grande. Ridono tutti.
E un giorno dici hei, massì, ora cambio strada, ci metto un punto e sai, oggi è una bella giornata di quelle che lo urlerei al mondo, che ho solo voglia di ricominciare. E intanto l'altro o l'altra è lì, nel casino della sua testa, che stavolta aspetta, ci sta pensando, che no, vuole tornare indietro, che ha fatto una cazzata e lo vorrebbe urlare al mondo, che vuole tornare indietro, che forse non fa più così ridere, la faccenda.
E va a finire che le cose ce le si urla in testa, da soli: che si ricomincia, che si torna indietro, che si ama ancora, che non te ne frega un cazzo, che dopotutto puoi farne a meno, che ci pensi giornoenotte. Ma mai, mai una volta che si sia d'accordo, mai una volta sulla stessa lunghezza d'onda. E lì nascono i casini. Che uno lotta con sè stesso, e con l'umanità, e con il mondo, per trovare quel maledetto equilibrio, che in fondo chissenefrega, del resto. E invece no. Perchè non ci riesci. Perchè c'è qualcuno, qualcosa da aspettare.
E Dio solo sa come vorresti che per qualche secondo ci si sentisse così, entrambi, o tutti, tutti quelli in questione, che voglio dire, così ci sarebbe poco da riequilibrare, poco da chiarire quando le parole neanche ti escono dalla testa, perchè andrebbe bene così; perchè entrambi, o tutti quelli in questione, saprebbero tutto, tutto quel che significa. E cosa c'è da mettersi d'accordo? Cosa c'è da chiarire?
Sarebbe bello avere la certezza che vada così, ogni tanto. Che ci sia un filo, da qualche parte, nell'Universo, dove non si cade mai. O se proprio deve succedere, dove non si cade mai da soli, e non si cade mai lontani.
Che ci teniamo su a vicenda con uno sguardo e non c'è niente da dire, nient'altro da aggiungere, davvero, niente di cui preoccuparsi.
Che, diamine, se c'è da cadere cadiamo insieme, senza che uno si faccia il triplo del male dell'altro, che non è giusto, per niente.
Che, oh, minchia, dividiamolo a metà questo male, che un po' di compagnia nel casino ci vuole.
E invece cretini, cretini e cocciuti e umani, a fare i funamboli fenomeni e dopo ognuno cade a modo suo, e quando decide che basta è finita stop io mi lancio mica te lo dice, che ha bisogno di te, per rialzarsi, che magari te il filo l'hai già attraversato e hai preso il lato più semplice, che lì da te non piove, che lì non tira un vento bastardo da non capire più nulla.
E perchè solo a me? Perchè solo a te? Perchè c'è da domandarsi tutto, in questa vita, su questo filo dove si rischia a giorni alterni?
Merda, ma dimmelo, diciamocelo un giorno, un'ora, un giorno che ce la sentiamo, un'ora che non fa paura, che almeno rischiamo insieme. Che almeno troviamo un equilibrio precario, ma bello, bello forte, prima di farci fregare di nuovo e doverci rispiegare la vita dall'inizio, prima di dover imparare a fidarci di nuovo.
lunedì 24 agosto 2015
Conoscersi, dire, tacere
Fine agosto, notte. La casa delle vacanze, il rumore dei grilli leggero che entra in camera dalla finestra aperta, la testa un po' pesante, Damien Rice in un auricolare. Quando mi riposo troppo finisco per pensare a troppe cose tutte insieme. È difficile distinguerle e riordinarle dentro di me. È come se fossero tante voci che si sovrastano, tanti echi lontani, ma diversi, e lunghi, lunghi giornate e tramonti interi. Insesauribili, a volte. Ricordi, spesso. Nostalgie, quasi sempre. Oppure semplici constatazioni. Di come sia bello dire "ti conosco" a una persona, senza avere paura di esagerare, ad esempio. Perchè c'è qualcosa in più, che te lo fa dire, così, senza sentirti inadeguato, quasi per proteggere l'altro, per dargli sicurezza. "Hei, dai, io ti conosco, lo sai, e vai tranquillo, davvero...", sono cose belle, queste. Sentirle, dico. E dirle, pure. Sentirsi capiti. Non è una cosa da poco. È una cosa mica da ridere. Conoscersi. È una parola che mi affascina. Vuol dire che rispetto i tuoi limiti, che ho imparato ad accogliere i tuoi difetti e che, in fondo, non hai bisogno di fingere, e nemmeno io, perchè lo so, e lo sappiamo entrambi, tutto qui. Cosa di preciso non è obbligatorio saperlo, ma intanto sappiamo di averlo capito, alla fine, o che prima o poi ci capiremo, perchè hei, ci conosciamo. E non ti conosco perchè ti saluto quando ti incontro per strada, ma perchè so come sei fatto, e come ti senti, e ho la presunzione di dirlo, e forse non lo so al cento per cento, ma lo so a modo mio, e forse non lo saprò mai, come ti senti, ma lo dico, perchè mi interessa. Mi interessa la tua vita, e allora sai, vado fino in fondo con te, perchè ne ho bisogno, perchè è una cosa che vale, la tua vita. Sono cose che valgono, le tue idee, le tue decisioni, le tue fragilità.
Un'altra cosa a cui non riesco a smettere di pensare, e non solo ultimamente, ma ultimamente più che mai, è quanto tutto giri intorno alle parole, e al fatto di dirle e di non dirle. Sì. Al peso delle parole e dei silenzi. A quanto siano proprio loro, a cambiare il mondo, a cambiarci. È una cosa da non dormirci la notte. "Scusa", "ti amo", "mi manchi", "voglio", "lascio", "ricomincio", "promesso", "grazie". E al contrario: un pianto sottile, una mano tenuta stretta per ore, (che magari è già tutto lì, quello che volevi dire), uno sguardo, un sorriso... il silenzio, che può far male, che può risolvere, che può curare, che può allontanare, che può cullare, che può mangiarti lo stomaco, che può confondere. Si alternano, parole e silenzi, senza poi così tante regole su come stare al mondo, su quando entrare nella vita della gente e cambiargliela, quella vita. E metterla in discussione. E tenerla accesa. E frantumarla. E ricostruirla. E darle un senso, una direzione.
Sono cose che ti fanno perdere la testa, vi dico.
E non ne esci più, non ne esci e poi c'è quel giorno che quella canzone la vuoi condividere, perché oh, è questo che volevi dire, per una volta, diamine. E non la dici, ma la fai capire e stai in silenzio. E c'è quella sera che oh, sai, ciao, come stai?, devi dirmelo, perchè mica posso stare qui senza sentire che stai bene. E poi c'è la volta che via, per i fatti tuoi, che no, parlare è troppo e il silenzio fa bene, e non vuoi dirlo, e che ti cerchino, che ti vadano a cercare per bene se vogliono farti parlare, che non ci sei per nessuno, o che quel silenzio è per te, sì tu, davvero, magari, che te lo giuro, te lo dedico, te lo sputo in faccia, te lo lancio dolcemente, quasi fosse seta, quel silenzio.
E non è facile, perchè qui ogni particolare torna a galla, tra un'onda e l'altra, tra la manciata di sabbia che tieni tra le mani e quella che ti arriva addosso con il vento, tra l'orizzonte e il tempo che sull'orologio quasi non esiste più. E un pomeriggio a riva potrebbe valere mesi, e c'è da impazzire. C'è da rimanere lì, a danzare nel nulla. C'è da rimanere qui, a non capirci un cavolo, sotto le lenzuola, con un soffitto, i grilli, la finestra, Damien Rice.
C'è da conoscersi, dirsi tutto e non dirsi nulla, per secoli.
Un'altra cosa a cui non riesco a smettere di pensare, e non solo ultimamente, ma ultimamente più che mai, è quanto tutto giri intorno alle parole, e al fatto di dirle e di non dirle. Sì. Al peso delle parole e dei silenzi. A quanto siano proprio loro, a cambiare il mondo, a cambiarci. È una cosa da non dormirci la notte. "Scusa", "ti amo", "mi manchi", "voglio", "lascio", "ricomincio", "promesso", "grazie". E al contrario: un pianto sottile, una mano tenuta stretta per ore, (che magari è già tutto lì, quello che volevi dire), uno sguardo, un sorriso... il silenzio, che può far male, che può risolvere, che può curare, che può allontanare, che può cullare, che può mangiarti lo stomaco, che può confondere. Si alternano, parole e silenzi, senza poi così tante regole su come stare al mondo, su quando entrare nella vita della gente e cambiargliela, quella vita. E metterla in discussione. E tenerla accesa. E frantumarla. E ricostruirla. E darle un senso, una direzione.
Sono cose che ti fanno perdere la testa, vi dico.
E non ne esci più, non ne esci e poi c'è quel giorno che quella canzone la vuoi condividere, perché oh, è questo che volevi dire, per una volta, diamine. E non la dici, ma la fai capire e stai in silenzio. E c'è quella sera che oh, sai, ciao, come stai?, devi dirmelo, perchè mica posso stare qui senza sentire che stai bene. E poi c'è la volta che via, per i fatti tuoi, che no, parlare è troppo e il silenzio fa bene, e non vuoi dirlo, e che ti cerchino, che ti vadano a cercare per bene se vogliono farti parlare, che non ci sei per nessuno, o che quel silenzio è per te, sì tu, davvero, magari, che te lo giuro, te lo dedico, te lo sputo in faccia, te lo lancio dolcemente, quasi fosse seta, quel silenzio.
E non è facile, perchè qui ogni particolare torna a galla, tra un'onda e l'altra, tra la manciata di sabbia che tieni tra le mani e quella che ti arriva addosso con il vento, tra l'orizzonte e il tempo che sull'orologio quasi non esiste più. E un pomeriggio a riva potrebbe valere mesi, e c'è da impazzire. C'è da rimanere lì, a danzare nel nulla. C'è da rimanere qui, a non capirci un cavolo, sotto le lenzuola, con un soffitto, i grilli, la finestra, Damien Rice.
C'è da conoscersi, dirsi tutto e non dirsi nulla, per secoli.
giovedì 30 luglio 2015
Sapersi ascoltare
Tante cose sono difficili nella vita.
Ma una tra le più difficili in assoluto, secondo me, è ascoltarsi.
Ascoltarsi. Avete capito bene. Non ascoltare gli altri, che poi, beh, già quello mi risulta difficile perchè nove volte su dieci la spina del mio cervello è staccata completamente, ma in questo caso intendo l'ascoltare se stessi, ecco.
Non è per niente facile signori miei.
Non è per niente facile perchè siamo abituati, ormai, a distrarci da tutto ciò che ci fa male, a non prenderci le nostre responsabilità, a sotterrarci di impegni e di cose da fare fino alla nausea pur di non prenderci del tempo per stare soli, in silenzio, ed ascoltare tutto quello che abbiamo dentro. Il dolore, la paura, la speranza lì in fondo allo stomaco, l'emozione, la malinconia, la pace, i sentimenti nascosti.
E' difficile, dico davvero. Un tempo ero più brava.
Oggi ci ho riprovato, ed è stato... boh. Vero. Forte.
Ho spento la luce di camera mia, ho preso una sedia, ho aperto la finestra, ho appoggiato il telefono su una mensola, e ho alzato lo sguardo al cielo.
E quella è un'altra di quelle cose per cui ci vuole coraggio. Guardare il cielo. Mica è semplice.
Due secondi ok, grazie. Ma dieciquindici minuti no. Dieciquindici minuti sono tanti.
Mi sono accovacciata su me stessa e ho azzerato tutto quanto, anzi, tutto ciò che non era importante è scivolato via da solo, pian piano.
C'era, c'è ancora, una luna bellissima. E c'erano le nuvole che le passavano davanti, leggere ma decise. E c'era la brezza estiva e il rumore del vento fra gli alberi, e qualche grillo.
E' una sfida, prendersi del tempo per poter dire "ok, ora siamo solo io e il cielo e tutti i pensieri che attraversano questo spazio". E' una sfida perchè poi bisogna saperci stare, davanti alle cose belle. Che sono belle ma sono forti e se sono forti magari fanno anche male, a volte. Bisogna farsi piccoli piccoli ma guardare in alto, e non abbassarlo quello sguardo. Non abbassarlo neanche se ti sale una nostalgia assurda, se ti sembra di ricominciare a sognare e no, non va bene perchè sei una persona matura e stai perdendo tempo e cosa fai no guardi le nuvole e no ma sei matta ma domani hai da fare ma svegliati e smettila. No. Invece bisogna stare lì, senza opporsi, e lasciarsi andare, e sentirsi vivi, poco alla volta, ancora.
E ascoltarsi. E respirare. Starlo a sentire, quel respiro. Che lì dentro in quel silenzio pesa molto di più, e non è semplice ascoltarsi nel silenzio, guardare la luna e respirare. Sono cose che valgono oro i silenzi, la luna e i respiri.
Sono cose così naturali, eppure tutti ci dimentichiamo di quanto siano importanti.
E niente, ve lo volevo dire, così, che mi sono emozionata, in quel silenzio buio con la luna coperta dalle nuvole e il vento leggero e le mie braccia attorno alle ginocchia e gli occhi fissi in alto.
E ritorni un po' bambina, stupore e timore si mescolano e ti costruiscono la tua visione del mondo.
E quando è tutto confuso e non capisci più nulla è lì, che devi mettere il mondo a tacere e stare ad ascoltare te stessa e la luna.
E' tutto così naturale.
giovedì 23 luglio 2015
L'estate e il pensare troppo o troppo poco
E' luglio, fa troppo caldo e non si respira.
E' estate, e sì, a me l'estate piace (quando si respira).
Mi piace perchè è quella manciata di giorni in cui interrompi la routine e fai i conti su ciò che hai portato a casa in tutti questi mesi, e su cosa invece hai lasciato indietro o hai rimandato.
Su cosa è andato per il verso giusto e cosa per il verso storto.
Poi però è difficile, perché d'estate si pensa troppo.
"E' il mese in cui non si pensa, in cui ti rilassi e lasci perdere il resto", ti dicono.
Mmh, nì. Io direi piuttosto che è l'unico momento in cui hai il tempo di pensare davvero a chi sei, alla tua vita, alle tue scelte. L'unico momento in cui stacchi dagli impegni e dai uno sguardo alla tua vita da fuori, a te stessa da fuori, fuori dalla settimana scandita e organizzata, fuori da ciò che "devi fare", per un momento.
Che poi pensare non vuol dire pensare a settembre, alle cose da sistemare, agli impegni da prendersi.
Vuol dire pensare, nel vero senso della parola, ma anche in maniera vaga e leggera. Agli affetti, alle emozioni passate, quelle forti che magari fanno fatica a sciogliersi anche sotto il sole rovente, alle persone che ti stanno accanto, alla tua storia, ai tuoi errori, alle tue debolezze, a queste cose qui insomma.
E non so, magari succede solo a me, ma è questo che mi piace e questo che mi tormenta, contemporaneamente. Il fatto di poter essere altrove, e il fatto di esserlo fin troppo, sempre, anche quando vorresti ritornare sul pianeta Terra senza essere in modalità OFF per intere giornate.
E poi credo che del tempo per riflettere dovremmo prendercelo un po' tutti, e un po' più spesso. E non solo d'estate. E non solo in vacanza. Perché sì, non mi è mai piaciuta questa cosa che uno debba sempre guardare oltre, sempre essere più avanti con la testa. "Sì, ma domani ho una giornata di merda", "Sì, ma devo preparare l'esame", "Sì, ma devo decidere cosa comprare per quel compleanno", "Sì, ma dopo il lavoro devo andare dal dentista e poi a fare la spesa", sì, sì, sì e ma, ma, ma. Gli impegni ci stanno, e ci devono essere, ma questo non significa che dobbiamo dimenticarci di chi siamo e cosa stiamo facendo e perchè vaghiamo da un posto all'altro come delle trottole senza neanche pensare alle cose più astratte che magari sono anche un po' più importanti, ecco. Tipo se quella persona la amiamo davvero, tipo se la luna è bella stasera, che magari ci basta alzare lo sguardo per sentirci un po' meglio, tipo se quello che stiamo diventando ci va bene oppure potremmo trovare delle alternative, tipo se quelle persone hanno qualcosa da spartire con noi oppure no, tipo se ci stiamo allontanando troppo, tipo se non è il caso di ascoltarsi qualche canzone che ci capisca per davvero, tipo se, tipo se, tipo farci delle domande, ogni tanto, sulla vita. Che non lo so, io me ne faccio troppe, davvero, e vorrei che qualcuno mi insegnasse ad essere più simile a un essere umano medio (piuttosto che a un unicorno, sì, so che lo stavate pensando e avete fatto bene), ma ci vorrebbe quella via di mezzo tra pensieri fluttuanti e vita concreta che è un equilibrio a cui punto ma che non so se troverò mai. Perchè la bilancia punta sempre o da una parte o dall'altra, e d'estate è completamente ribaltata dalla parte dei pensieri delle pare mentali dei sogni delle speranze dei rimpianti dei dubbi di tutto quanto.
Poi vorrei fare dei post sensati, ma è tutto alla rinfusa nel mio cervello e fa niente, sono un casino vivente (che rima, sssssignori).
Ogni tanto mi piace stare per i fatti miei e cercare di capirmi, di trasformare un po' di "non lo so" in "forse", almeno. Mi piace prendermi il tempo per pensare a quello che sto vivendo, che non è scontato, non è mai scontato ricordarsi di essere qui, ricordarsi di come si sta.
E niente, stasera continuo a blaterare frasi sul pensare e sul caldo e sull'estate e su voi che non pensate come dico io cioè, pensate troppo, ma non nel modo in cui dico io, cioè con la testa vuota e universi che si creano nei neuroni, mentre io sì, ma troppo, e sì ho dei problemi, e sì forse per oggi ho pensato abbastanza cose senza senso, e sì magari invece siete come me e se siete come me allora fatevi avanti che ciao piacere sono Manuela Bianchi e possiamo pensare a tuttoeniente in compagnia ascoltando canzoni extraterrestri e guardando le stelle.
domenica 18 gennaio 2015
Vent'anni
E niente, siam qui.
Giuro che mi ha sempre fatto paura, come età.
20.
Numero tondo, che pesa, che ti cade addosso: bum.
Ti dice "Ciao, è il caso che tu combini qualcosa nella vita se non ti era ancora chiaro, ciao."
E tu sei tipo "Ok, e fino ad ora precisamente cosa ho fatto? Ok, e adesso da che parte vado? Ok, e cosa sono diventata, in vent'anni? Ok, e cosa devo combinare, cosa voglio combinare nella vita?"
E la risposta è solo un grande e stupidissimo e comprensibilissimo e inutilissimo NON LO SO.
Vent'anni è tutto e niente, è quell'età in cui ti dovresti sentire già un po' responsabile, già un po' cresciuto, già un po' autonomo, ma è anche quell'età in cui hai paura, e c'è un bel vuoto davanti, e tu ormai non è che puoi aspettare a buttarti capito, hai vent'anni, ti hanno già buttato da qualche parte, o ti ci sei ficcato tu e, in qualche modo, adesso tocca a te.
Che poi non cambia niente, si, ma mi fa pensare.
Sembra come se da adesso inizi davvero la mia vita, quella delle mie scelte e dei miei sbagli, quelli in cui le occasioni sono ADESSO o mai più, quella in cui o stai sul pezzo o vai completamente fuori strada, o magari sei già fuori strada, o magari non lo sai, e sei instabile, ma non lo dai a vedere, perchè hai vent'anni, e a vent'anni si sa cosa si vuole, per il mondo.
Ce li hai i progetti, no? Ce l'hai una cartina di dove vuoi andare nella vita, vero? E lo sai che adesso il filo si stacca, e in qualche modo ti arrangi, vero? E sono affari tuoi se poi la tua vita non ti veste bene addosso, sono affari tuoi se sbagli piano di studi, sono affari tuoi se poi non trovi lavoro, se poi sei deluso, se poi vorresti tornare indietro, se poi le cose le fai a caso, se poi "cavolo, potevo pensarci prima", se poi sei fuori posto.
E a vent'anni si dice che ti senti padrone del mondo, sai, ci sei tu, è "il tuo momento": davvero?
Io mi sento ancora una bambina, dopotutto, e se ci penso si, è vero, sono cresciuta, ma non abbastanza, mai abbastanza.
E questa cosa dell'età che ha il suo aspetto, dell'età che fa la sua scena, dell'età che "urca, già 20", dell'età che "ormai sei grande", dell'età che "io a 20 anni già lavoravo", dell'età che "i 20 anni goditeli, che non tornano e adesso non lo sai, ma sono così belli!", oh, non so davvero come prenderla.
Forse nell'adolescenza aspetti, è vero, e non dovresti, delle volte, ma che ci vuoi fare, devi prima finire il liceo, devi prima diventare maggiorenne, devi prima essere grande, così poi ti puoi costruire un futuro, finalmente. Che poi lo saprai, il futuro che vuoi.
E invece è qui, a vent'anni, che ti accorgi che non sai quello che vuoi, o che lo sai per metà, ma che la vita è un casino, e te ne dà un sacco di batoste e tu non le prendi tutte bene, oppure ti scopri forte, più forte di quell'adolescente nascosto sotto il cuscino e dici ok, ma non ho niente da perdere e allora ci provo, ma ci provo al 99% o al 110? Eh non lo so, perchè magari è meglio lasciare un 1% per la mia reputazione, la mia consapevolezza che "non è il caso", il mio bisogno di farmi vedere sicuro, oppure è meglio dare tutto, e poi mandare a quel paese questa sensazione di non potersi sbilanciare poi tanto, che in fondo, se devo fare altre cazzate è giusto farle ora, che ho la forza, che conto su di me, che mi conosco, e mi rialzo, nel caso... ma mi conosco davvero? E mi rialzo davvero?
Se lasci andare le cose a vent'anni poi è un casino.
Se lasci perdere le cose a vent'anni poi è un casino.
Se ti lasci cambiare dalla gente a vent'anni poi è un casino.
Se lasci fare agli altri a vent'anni poi è un casino.
Questo 20 è un disagio, me lo sento, ce l'ho dietro da poche ore, ma ormai l'ho già capito.
E' un disagio perchè a vent'anni hai voglia di far vedere chi sei, e se non ci riesci ti mangi lo stomaco, e poi a vent'anni hai solo voglia di averne ancora 15, delle volte, perchè ti senti forse ancora più stupido, e non ti volevi staccare dall'adolescenza, non volevi essere bannato dai TEEN, ahimè, o forse un pochino si, perchè a questo punto una bella spinta fuori dal rifugio ti è stata data, e sei un po' da solo, e c'è l'universo, là fuori, ed è un po' una sfida, ma chissenefrega, e ti andrà di essere lunatico, di fare delle cose che non stanno né in cielo né in terra, e di comportarti come se di anni ne avessi 4, 16, 30 quando devi fare il figo, 17 quando ti senti rebel, 60 quando ti senti vecchio, e poi di nuovo 4, perchè non è che ti vada così tanto di crescere.
Non ne sai niente a vent'anni, non ne sai niente e hai tutto da inventare, e vuoi solo che qualcuno condivida quel niente e quel tutto con te, e che ti sopporti e che ti stia accanto senza farti domande, solo correndo con te e capendoti poco alla volta, con i tuoi casini e le tue stranezze.
Di cosa vuoi che ti parli, che ho poco più di vent'anni?
Se alle crisi mondiali
preferisco i tuoi sguardi?
Giuro che mi ha sempre fatto paura, come età.
20.
Numero tondo, che pesa, che ti cade addosso: bum.
Ti dice "Ciao, è il caso che tu combini qualcosa nella vita se non ti era ancora chiaro, ciao."
E tu sei tipo "Ok, e fino ad ora precisamente cosa ho fatto? Ok, e adesso da che parte vado? Ok, e cosa sono diventata, in vent'anni? Ok, e cosa devo combinare, cosa voglio combinare nella vita?"
E la risposta è solo un grande e stupidissimo e comprensibilissimo e inutilissimo NON LO SO.
Vent'anni è tutto e niente, è quell'età in cui ti dovresti sentire già un po' responsabile, già un po' cresciuto, già un po' autonomo, ma è anche quell'età in cui hai paura, e c'è un bel vuoto davanti, e tu ormai non è che puoi aspettare a buttarti capito, hai vent'anni, ti hanno già buttato da qualche parte, o ti ci sei ficcato tu e, in qualche modo, adesso tocca a te.
Che poi non cambia niente, si, ma mi fa pensare.
Sembra come se da adesso inizi davvero la mia vita, quella delle mie scelte e dei miei sbagli, quelli in cui le occasioni sono ADESSO o mai più, quella in cui o stai sul pezzo o vai completamente fuori strada, o magari sei già fuori strada, o magari non lo sai, e sei instabile, ma non lo dai a vedere, perchè hai vent'anni, e a vent'anni si sa cosa si vuole, per il mondo.
Ce li hai i progetti, no? Ce l'hai una cartina di dove vuoi andare nella vita, vero? E lo sai che adesso il filo si stacca, e in qualche modo ti arrangi, vero? E sono affari tuoi se poi la tua vita non ti veste bene addosso, sono affari tuoi se sbagli piano di studi, sono affari tuoi se poi non trovi lavoro, se poi sei deluso, se poi vorresti tornare indietro, se poi le cose le fai a caso, se poi "cavolo, potevo pensarci prima", se poi sei fuori posto.
E a vent'anni si dice che ti senti padrone del mondo, sai, ci sei tu, è "il tuo momento": davvero?
Io mi sento ancora una bambina, dopotutto, e se ci penso si, è vero, sono cresciuta, ma non abbastanza, mai abbastanza.
E questa cosa dell'età che ha il suo aspetto, dell'età che fa la sua scena, dell'età che "urca, già 20", dell'età che "ormai sei grande", dell'età che "io a 20 anni già lavoravo", dell'età che "i 20 anni goditeli, che non tornano e adesso non lo sai, ma sono così belli!", oh, non so davvero come prenderla.
Forse nell'adolescenza aspetti, è vero, e non dovresti, delle volte, ma che ci vuoi fare, devi prima finire il liceo, devi prima diventare maggiorenne, devi prima essere grande, così poi ti puoi costruire un futuro, finalmente. Che poi lo saprai, il futuro che vuoi.
E invece è qui, a vent'anni, che ti accorgi che non sai quello che vuoi, o che lo sai per metà, ma che la vita è un casino, e te ne dà un sacco di batoste e tu non le prendi tutte bene, oppure ti scopri forte, più forte di quell'adolescente nascosto sotto il cuscino e dici ok, ma non ho niente da perdere e allora ci provo, ma ci provo al 99% o al 110? Eh non lo so, perchè magari è meglio lasciare un 1% per la mia reputazione, la mia consapevolezza che "non è il caso", il mio bisogno di farmi vedere sicuro, oppure è meglio dare tutto, e poi mandare a quel paese questa sensazione di non potersi sbilanciare poi tanto, che in fondo, se devo fare altre cazzate è giusto farle ora, che ho la forza, che conto su di me, che mi conosco, e mi rialzo, nel caso... ma mi conosco davvero? E mi rialzo davvero?
Se lasci andare le cose a vent'anni poi è un casino.
Se lasci perdere le cose a vent'anni poi è un casino.
Se ti lasci cambiare dalla gente a vent'anni poi è un casino.
Se lasci fare agli altri a vent'anni poi è un casino.
Questo 20 è un disagio, me lo sento, ce l'ho dietro da poche ore, ma ormai l'ho già capito.
E' un disagio perchè a vent'anni hai voglia di far vedere chi sei, e se non ci riesci ti mangi lo stomaco, e poi a vent'anni hai solo voglia di averne ancora 15, delle volte, perchè ti senti forse ancora più stupido, e non ti volevi staccare dall'adolescenza, non volevi essere bannato dai TEEN, ahimè, o forse un pochino si, perchè a questo punto una bella spinta fuori dal rifugio ti è stata data, e sei un po' da solo, e c'è l'universo, là fuori, ed è un po' una sfida, ma chissenefrega, e ti andrà di essere lunatico, di fare delle cose che non stanno né in cielo né in terra, e di comportarti come se di anni ne avessi 4, 16, 30 quando devi fare il figo, 17 quando ti senti rebel, 60 quando ti senti vecchio, e poi di nuovo 4, perchè non è che ti vada così tanto di crescere.
Non ne sai niente a vent'anni, non ne sai niente e hai tutto da inventare, e vuoi solo che qualcuno condivida quel niente e quel tutto con te, e che ti sopporti e che ti stia accanto senza farti domande, solo correndo con te e capendoti poco alla volta, con i tuoi casini e le tue stranezze.
Di cosa vuoi che ti parli, che ho poco più di vent'anni?
Se alle crisi mondiali
preferisco i tuoi sguardi?
mercoledì 14 gennaio 2015
Cogli l'attimo, cogli la rosa quando è il momento!
«Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza, in profondità, succhiando tutto il midollo della vita, [...] per sbaragliare tutto ciò che non era vita e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto.»
Tornata stravolta da una giornata pesante e movimentata, mi sono messa a guardare l'Attimo Fuggente e mi è tornata una voglia di vivere pazzesca, e ce l'ho proprio ora, anche con le palpebre pesanti, il pigiama e una sveglia da puntare.
Ma una voglia di vivere per come sono, per quella che sono sempre stata e per quella che sto diventando. Vivere crescendo e cambiando senza aver paura di cambiare, e di essere me stessa, di andare in profondità, di non farmi passare davanti le mie occasioni, i miei sogni, i miei affetti, le mie passioni, la mia tenacia, la mia spontaneità.
A me questa storia dell'andare in profondità è sempre interessata.
Il professor Keating lo diceva: sono la bellezza, la poesia, l'amore le cose che ci tengono in vita.
E io sono la prima della categoria di quelli che non rispondono "Stronzate.", ma che invece rimangono lì, imbambolati, a condividere quella verità. Una verità che trovi solo guardando a fondo, sentendo.
Ho 19 anni, e chissà quante batoste dovrò ancora sopportare e quanti dispiaceri, quanti dubbi, quante cadute. Ma io voglio combinare qualcosa sul serio in questa vita, e qualcosa che mi rappresenti, e qualcosa che mi renda diversa perchè quella strada l'ho scelta io e nessun altro, io e per me stessa, perchè è il posto che mi appartiene, perchè mi gira così, perchè so fin dove mi posso spingere oltre, e so che non devo stare affacciata al vetro a fantasticare e basta, so che devo prendere le redini della situazione e dire "Ok, con cosa mi metto in gioco? Cosa voglio combinare? Con chi voglio parlare? Oggi per chi voglio esserci?" e NON lasciare che le cose prendano il loro corso, ma FAR SI che le cose prendano il loro corso. Il loro corso per me, secondo la mia visione delle cose, una visione un po' fuori dal comune, un po' stupida e un po' matta, un po' semplice e un po' troppo intricata, un po' bella e un po' malinconica e un po' unica, soprattutto unica, come quella di tutti, e diversa da quella di tutti.Voglio essere io protagonista, io davanti, con una paura matta, ma davanti, in bella vista, a fare i miei passi, a fare le mie cazzate, a urlare le cose più insensate e sincere del secolo, a sbagliare, a scusarmi, a correre, a respirare per prima l'aria di chi esce dal suo rifugio, esce dal suo nascondiglio e urla "TOPPA LIBERA PER ME!" e va a lasciare la sua impronta nel mondo, va a scrivere il suo verso del potente spettacolo che continua, ne prende parte, salta in piedi su un banco, cambia prospettiva, come quei ragazzi, e non si accontenta di quel briciolo di personalità che basta per sopravvivere, ma ne tira fuori tanta quanto basta per esistere, per cogliere l'attimo, per cogliere la rosa quando è lì e sai che lì non la puoi lasciare, perché è tua, con quei petali e quelle spine.
Tornata stravolta da una giornata pesante e movimentata, mi sono messa a guardare l'Attimo Fuggente e mi è tornata una voglia di vivere pazzesca, e ce l'ho proprio ora, anche con le palpebre pesanti, il pigiama e una sveglia da puntare.
Ma una voglia di vivere per come sono, per quella che sono sempre stata e per quella che sto diventando. Vivere crescendo e cambiando senza aver paura di cambiare, e di essere me stessa, di andare in profondità, di non farmi passare davanti le mie occasioni, i miei sogni, i miei affetti, le mie passioni, la mia tenacia, la mia spontaneità.
A me questa storia dell'andare in profondità è sempre interessata.
Il professor Keating lo diceva: sono la bellezza, la poesia, l'amore le cose che ci tengono in vita.
E io sono la prima della categoria di quelli che non rispondono "Stronzate.", ma che invece rimangono lì, imbambolati, a condividere quella verità. Una verità che trovi solo guardando a fondo, sentendo.
Ho 19 anni, e chissà quante batoste dovrò ancora sopportare e quanti dispiaceri, quanti dubbi, quante cadute. Ma io voglio combinare qualcosa sul serio in questa vita, e qualcosa che mi rappresenti, e qualcosa che mi renda diversa perchè quella strada l'ho scelta io e nessun altro, io e per me stessa, perchè è il posto che mi appartiene, perchè mi gira così, perchè so fin dove mi posso spingere oltre, e so che non devo stare affacciata al vetro a fantasticare e basta, so che devo prendere le redini della situazione e dire "Ok, con cosa mi metto in gioco? Cosa voglio combinare? Con chi voglio parlare? Oggi per chi voglio esserci?" e NON lasciare che le cose prendano il loro corso, ma FAR SI che le cose prendano il loro corso. Il loro corso per me, secondo la mia visione delle cose, una visione un po' fuori dal comune, un po' stupida e un po' matta, un po' semplice e un po' troppo intricata, un po' bella e un po' malinconica e un po' unica, soprattutto unica, come quella di tutti, e diversa da quella di tutti.Voglio essere io protagonista, io davanti, con una paura matta, ma davanti, in bella vista, a fare i miei passi, a fare le mie cazzate, a urlare le cose più insensate e sincere del secolo, a sbagliare, a scusarmi, a correre, a respirare per prima l'aria di chi esce dal suo rifugio, esce dal suo nascondiglio e urla "TOPPA LIBERA PER ME!" e va a lasciare la sua impronta nel mondo, va a scrivere il suo verso del potente spettacolo che continua, ne prende parte, salta in piedi su un banco, cambia prospettiva, come quei ragazzi, e non si accontenta di quel briciolo di personalità che basta per sopravvivere, ma ne tira fuori tanta quanto basta per esistere, per cogliere l'attimo, per cogliere la rosa quando è lì e sai che lì non la puoi lasciare, perché è tua, con quei petali e quelle spine.
Iscriviti a:
Commenti (Atom)