mercoledì 22 novembre 2017

Niente grandi titoli e una vita che non si smuove


2017.
Mi sono accorta che nel 2017 non ho scritto più nulla e mi sono sentita un po' stupida.
In realtà nulla di male, ho avuto tante cose da fare, tante cose da risolvere e tante cose a cui pensare. Però mi sfugge qualcosa.
Il tempo passa e lo sappiamo tutti, e questa cosa è stressante ed è stressante dover fare "tutto in tempo". Beh è già novembre, ho 22 anni e io con la vita non sono in tempo per niente. Sono disorientata e non so da che parte girarmi, nonostante io stia cercando di far quadrare tutto.
Ma forse è proprio quando cerchi di far quadrare tutto che ti perdi.

Mi sono persa, in questo autunno strano, pieno di luce in faccia alle 2 del pomeriggio e pieno di buio troppo presto, sempre troppo presto. E come sempre, aspetto. Sono in stampelle ed è tutto instabile come me. Forse il mio equilibrio fisico migliora un po', ma quello mentale rimane un disastro e cambio umore ogni frazione di secondo.

 Questo è un recap della mia vita? Forse. Anche se della mia vita non ci capisco un bel niente.

Se c'è una cosa che vorrei confidare a me stessa in questo momento, è che vorrei essere più "a fuoco". Anzi, togliendo le virgolette: più a fuoco e basta. Suona meglio.
Come persona, come persona con progetti di vita, come persona con idee chiare, come persona che ogni giorno porta a termine qualcosa.
Invece vivo nel caos ed ogni cosa è solo qualcosa di iniziato e mai finito. Che poi forse il senso della vita è anche questo: iniziare continuamente cose. Perché quando finiscono siamo mica tanto bravi ad accettarlo, e ne iniziamo altre e altre ancora. Perché chi te lo fa fare di stare lì ad osservare le cose che finiscono. Però poi se iniziano e non finiscono ti sembrano lasciate a metà, e non va bene nemmeno così. A dirla tutta non va bene nulla. Non va bene nulla e in questo periodo ho solo voglia di lamentarmi, poi di farmi passare la luna storta, di sognare grandi cose per due giorni, e di lamentarmi di nuovo. Forse lamentarmi servirà, prima o poi, a smuovermi?

Delle volte vorrei ricominciare da zero in un posto lontano. Partire e via, ripresentarmi da sola. "Hei ciao, sei tu? No io non sono la solita, sono un'altra, ho 22 anni ma sono nata oggi, mi chiamo Manuela e sono una pedina al punto di partenza. Tocca a me, lancio il dado."
Ma poi, tanto, dove vuoi andare? Che le cose che hai, quello che sei te lo porti dietro ovunque tu vada.

E la vita scorre, scorre, scorre, chi scrive la tesi? Qualche volontario? Non tutti insieme.
Questa era una parentesi senza senso.

Non suono la chitarra da troppo tempo, ma non ho tempo. Ma chi l'ha detto che non ho tempo? Avevo forse tempo di scrivere tutte queste cose illogiche?

Comunque la vita è difficile, lo dico sempre. La vita è difficile e forse nemmeno tanto per le difficoltà che davvero ti mette davanti, ma perché è come un enigma senza soluzione. Tu le trovi le soluzioni, ma sono mini soluzioni provvisorie, di passaggio tra un problema e l'altro e questa cosa ti esaurisce. Però cosa facciamo senza nulla da risolvere? Nulla. Nessuno che fa nulla, che sistema nulla, in un mondo dove nulla serve perché nulla è un problema da risolvere. Già, forse non funzionerebbe.

Pensavo che, passati tre anni da quando ho aperto questo blog, sarei finita per riscriverci finalmente parlando di cose sensate in una vita sensata.
Invece è tutto peggio di prima, non ce la si fa nemmeno nel 2017.


E' mezzogiorno, ho il pigiama con gli orsi polari e la mia vita non si smuove.


Goodbye blue sky


mercoledì 22 giugno 2016

Fine giugno, in bilico

Fine giugno, zero idee. Zero idee, fine giugno.
A fine giugno viene voglia di scrivere ma non sai nemmeno cosa.

Luce spenta, finestra aperta, il classico profumo d'estate, i grilli che sono tornati a dire tutto e a dire niente. 
Dei libri aperti e sparsi sulla scrivania. Tanti libri, qualche matita.
Domani avevo un esame ma l'ho rimandato. Troppi libri, zero idee, fine giugno, grilli, matite, pensieri.
Mi chiedo se un giorno, quando la mia realtà sarà diversa, guardandomi indietro rivedrò queste immagini. E soprattutto mi chiedo se mi mancheranno o meno.
"In bilico, tra tutti i miei vorrei", cantano i Negramaro. 
Per quanto resterò in bilico nella mia vita, mi chiedo. E non so rispondere.
Alle volte non è semplice vivere il presente. C'è sempre da guardare oltre. Come se, in bilico, non fossimo capaci di restare, e nemmeno di volerci bene.

E così vola il tempo. 
Un esame è finito, ora un altro, poi la laurea, poi il curriculum, poi il lavoro che se lo trovi ok ma se non lo trovi sei in continuo sbattimento e se lo trovi comunque magari non ti piace e sei stanco e zero idee. 

E poi, mi chiedo, se di nuovo, sarà fine giugno.

E ancora i grilli, e zero idee, e i maggiolini che ogni volta arrivano a luglio e non si capisce perché, e cambiate nome, e il venticello e il profumo d'estate e zero idee e mille pensieri.
Non capisco fino a che punto siano più importanti le cose della vita tipo gli esami, gli impegni, le soddisfazioni, i progetti, le realizzazioni, e le cose della vita tipo i grilli, il vento, l'interrogarsi sul perché a fine giugno zero idee e sul perché i maggiolini a maggio non li vede nessuno. E non ne esco e non ne uscirò mai. 
Quello che so, è che vorrei tenermi un fine giugno per ogni anno della mia vita. 
In qualsiasi caos io mi trovi. 
Vorrei poter spegnere la luce, mandare al diavolo il resto, ed ascoltare i grilli e respirare e pensare che sono qui, esattamente qui. Sapere che sto vivendo. Consapevolizzarmi, tutto qui. Non tipo "Yu-huu, sveglia, domani devi fare un esame, domani devi andare al lavoro, domani sei in Australia, domani piove", no, più tipo "Hei, sei qui, stai vivendo, fuori si sta bene e questa è la tua vita, non te lo dimenticare, che dimenticare è un casino".

E resto qui, sul filo di un rasoio, ad asciugar parole che oggi ho steso e mai dirò.


giovedì 21 aprile 2016

A piccoli passi

A piccoli passi.

Uno, du... respiro, uno di nuovo, due per intero, tr, testa in alto, ci sei? Tre.

A piccoli passi la vita ti fa ricominciare.

Stai i mesi a pensare che alla fine non ne uscirai mai da quel girotondo su te stessa, che poco importa, che stai a galla così, che non hai bisogno di nulla, di nessuno, di nient'altro e poi bum.
Così. Fai un passo. Chi te l'ha chiesto? Nessuno.
Avanti un piede, avanti un altro.
Così. Te lo aspettavi? Ma neanche minimamente.
E avanti il piede di prima, e avanti l'altro ancora.
Così.
Senza neanche stare a pensarci troppo.

Come quando ti arrampichi sugli scogli al mare; io ci vado sempre a piedi nudi. "No, manu, le scarpette di plastica così non scivoli" ma io niente, cocciuta. Prendo e vado. Così. Voglio sentirmi sicura; la pianta del piede aderente al marmo. Anche se scotta. Anche se sto per cadere. Lo spazio tra due sassi: osservo, trovo l'equilibrio, salto. Non cado.
E' un po' come ballare.
Basta essere delicati, consapevoli, ma non troppo. E leggeri; sentirsi leggeri.

Così sono questi passi, piccoli, che la vita mi sta lasciando fare.
Così sono questi raggi di sole da cui mi sono coperta un po' troppo e adesso puntano dritto su di me, e non so bene cosa fare, ma mi sento meglio, paradossalmente, e tra un paradosso e l'altro sorrido.
Così sono le margherite che timidetimide spuntano tra i praticelli. Non ti chiedono il permesso, e non tutte insieme, ma è così, è il loro momento, che ci vuoi fare, m'ama non m'ama s'attacca: io spunto e me ne sto qui, che è aprile e devo guardare il mondo rinascere insieme a me.

Così.
Piano.
Ma senza preavviso.
Piano ma fin troppo veloce.
Veloce ma con calma.
Tutto sta qui: nell'imparare a camminare. Nel decidere di muoversi, e di smuoversi. Nel tornare fuori.
E adesso? Sto qui.
Non me ne ero accorta; non me ne accorgo mai nella vita - mentre sogno, canto, ascolto, guardo - di starmene da qualche parte. Ma ora sto qui, sono qui. E non è facile dirlo nemmeno a me stessa.

Eppure.

Quattro? Cinque? Sei?
Staremo a vedere.


sabato 5 marzo 2016

Restiamo sospesi nel vuoto

Tutto si ferma.
Il mondo in silenzio. Non c'è più niente da dire, davvero. Ogni rumore è lontano, come un'eco.
Nevica e ogni volta mi sembra di stare da un'altra parte, immersa in un'altra dimensione dove le urla, i litigi, i problemi, le paure, tutto viene soffocato da migliaia di fiocchi bianchi.
Soffici.
Leggeri.
Che non fanno del male.
Che non permettono il male.

Così, quando nevica, mi capita di chiudere gli occhi e ascoltare. E' una cosa che faccio istintivamente. Ascoltare il nulla, la pace. Sembra stupido, ma è quello che cerco nella realtà di tutti i giorni e che spesso non trovo. Il silenzio, la pace, l'immobilità. Anche per una manciata di secondi. Alle volte servirebbe un telecomando per cliccare su -pause- e stare lì ad osservare la realtà. Fermare tutti quei passi frettolosi e quelle telefonate stanche e rendersi conto, per un attimo, di tutto quanto. O anche solo chiedersi: perchè? E adesso? Dove sei stato? Cosa sto facendo qui?
Non c'è bisogno di una risposta, l'importante è riuscire a fermarsi e a farsi delle domande.
Con la neve è diverso: è più facile chiedersi le cose. Con la neve è più facile godersi lo spettacolo. Con la neve è più facile isolarsi e rendersi conto.
E' come se ti scusasse di tutti i casini e di tutti i tuoi sbagli, così, avvolgendoti nel suo bianco, senza dirti nulla.
Tic, tic, tic. Pianissimo. Ogni fiocco a terra è un "calma, va tutto bene".

Mi sembra di poter stare fuori dalla mia vita anche per poco e ritornare consapevole di cose che, invece, quasi ogni giorno mi faccio scivolare addosso. Quello che ti manca, dici? Eccolo, è qui, in questo esatto e bellissimo silenzio.

Una canzone a cui sono tanto legata dice: Ora, legati da un filo di neve, restiamo sospesi nel vuoto: restiamo legati per sempre.
Ora, dopo tanto tempo, quel filo sottile e quasi invisibile è ancora lì, ed è quello su cui camminiamo, quello su cui facciamo gli equilibristi quando ci va di sognare, ma è anche quello grazie al quale rimaniamo attaccati alle persone che amiamo o che abbiamo amato, ai ricordi, alle cose importanti, alle verità che nel mondo facciamo fatica a portare a galla.
Tutto è sempre lì, da qualche parte, tra la neve e il silenzio che apparentemente non dice nulla, ma a starlo a sentire ha da raccontare un sacco di cose.

Chiudi gli occhi che ti porto a vedere dov'è
l'universo di colori, è dentro di te.


lunedì 18 gennaio 2016

Forever 21

21.

Che stupida, ogni anno ho la speranza che con una nuova età le cose possano cambiare e che io possa cambiare tutto ciò che non mi va più di me stessa.
Ma stranamente, questo è l'anno in cui non solo lo spero, ma in fondo ci credo, ci credo davvero.
Forse perchè durante i miei vent'anni sono stata tanto cretina e tanto paziente, davvero un misto strano di stupidità e pazienza che mi sono portata dietro fino a dicembre.
E adesso questa cosa sta esplodendo tra 3, 2, 1.
E' come se avessi preparato una serie di piccoli pezzetti di puzzle da risolvere.
Li ho creati io, in questi vent'anni. Li ho modellati e li ho custoditi in una scatola, un po' alla rinfusa. Alcuni si sono rotti, alcuni si sono rovinati ma si possono ancora aggiustare, altri sono usciti bene al primo colpo. Ma sono tutti lì, in attesa di diventare qualcosa di concreto, qualcosa di più grande.
E io lo so e sento che devo assolutamente risolverlo quest'anno, quel puzzle, devo e lo devo prima di tutto a me stessa.

In questo momento sono estremamente poco poetica per scrivere un post, ma estremamente determinata nel voler dire al mondo che hei, mondo, arrivo! Veramente.
Non ti dico che esco dalla mia bolla di unicorni perchè quello è impossibile, ma ci sono delle cose che abbiamo in sospeso, ci sono delle cose che ancora vanno sistemate tra noi due e io ti giuro che ho voglia di sistemarle, costi quel che costi.

Ci sono dei momenti in cui mi sono sentita troppo in ritardo, già esaurita, già cresciuta, troppo instabile, troppo fuori fase.
Voglio mettere da parte tutta questa storia e sentirmi ogni giorno un po' più coraggiosa, ogni giorno un po' più "sul pezzo". Non con gli altri. Con me stessa.
E' un discorso estremamente basato su me stessa e su tutte le cose che non sopporto più e che vorrei cambiare per una stramaledetta volta.
Cambiamole.
Proviamoci.

Voglio smettere di aspettare "il momento giusto per" e iniziare a lavorare su tante cose.
Voglio imparare ad essere costante e a non fare sempre troppo o non abbastanza.
Voglio smetterla di accettare cose che non accetto, se so che le posso cambiare, anche di poco.

Voglio smetterla di sentire il peso delle aspettative della gente, ma sentire solo il peso delle aspettative da parte mia, ed essere consapevole di potercela fare.

Voglio uscirne. Non so bene da quale situazione, ma voglio uscirne e tornare sui miei passi, qualunque essi siano.

Sono veramente un'emerita idiota ma voglio ricordarmi che a 21 anni, in un modo o nell'altro, ci ho provato sul serio.

Mi piace blaterare cose e brindare agli unicorni e alla vita,
se non si fosse ancora capito.

Con affetto,
la nuova ventunenne psicopatica.






martedì 17 novembre 2015

Tra le note, esattamente tra le note

Una di notte inoltrata, novembre, piedi gelidi, due coperte.
Stavo riflettendo sulla mia vita, come spesso mi succede di fare (nel mio continuare ad entrare ed uscire dalla bolla di isolamento dalla realtà).

Ieri suonavo la chitarra e piangevo.
Cioè, per chiarire meglio il susseguirsi degli eventi: ho preso la chitarra, ho iniziato a suonare gli accordi di una delle canzoni che hanno più significato per me, e quando ho iniziato a cantare mi sono accorta che intanto mi si erano gonfiati gli occhi di lacrime.
E mentre suonavo, cantavo e a tratti piangevo, ho pensato che sì, voler fare musica significa anche essere in grado di lasciare spazio ad emozioni vere.
A volte bei ricordi. A volte nostalgie, mancanze, malinconie. A volte ferite, perchè anche loro hanno bisogno di farsi sentire, ogni tanto.
E non è una cosa da sottovalutare.
Intendo proprio lasciarsi andare. Strappare quel pezzo di te dal profondoprofondo del tuo cuore e donarlo agli altri; non avere paura di ascoltare quella canzone, di urlare quella canzone, di sussurrare quella canzone, di scrivere una canzone, di trovarci una vita intera, in una piccola insignificante immensa infinita canzone.

E ho avuto la chiara e netta sensazione, di nuovo, di voler fare questo nella vita.
Musica.
A costo di farmi male.
A costo di sembrare ridicola.
A costo di perdermi e ritrovarmi mille volte.
A costo di non lasciarmi mai le cose alle spalle, i sentimenti alle spalle, gli anni alle spalle.
A costo di sembrare fin troppo staccata dalla realtà.
A costo di non risultare una persona seria, neanche questa volta, neanche domani, neanche quando "sarà il caso".

Ho bisogno, bisogno, bisogno nella mia vita della musica. E di poterne fare parte, in qualche modo.
Non dico di voler stare sotto i riflettori, non dico di volermi mettere in mostra e di scalare le classifiche del mondo. Credo, solo, di voler arrivare al cuore della gente, di voler raccontare la vita, i casini, le felicità, gli ostacoli, di voler essere in grado di darmi forza con le MIE forze, di non dovermi aggrappare ad altro, o ad altri, ma di sapermi rialzare in piedi in ogni momento, così, come sono. Esattamente come sono.

Lo scrivo perchè non me lo voglio dimenticare.
Perchè non voglio che arrivi mai il momento in cui io rinunci ad essere me stessa, in cui, come una cosa da mettere nello scatolone, abbandoni questa passione per dedicarmi ad un lavoro più normale, ad una vita più normale, a passatempi più normali.

Ho imparato giorno dopo giorno a gestire le mie emozioni, i diecimila trip mentali con cui convivo, le mie insicurezze e fragilità, i miei desideri, i miei sentimenti.
Ed esprimerli, riuscire a tirarli fuori significa decidere di non avere paura, di affrontarli, di affrontare te stessa e di ritrovare quel "come mi sento" di tre, quattro anni fa, di ieri, del futuro, di sempre.
La musica fa esattamente questo. Ti fa ricordare tutte le piccole crepe che ti ritrovi addosso o dentro di te, che custodisci nascondendole ed evitando di ripensarci, perchè poi ti blocchi, perchè poi non c'è via d'uscita. Ma essere forti significa accettarle, ammettere di averle, e caspita, ci ho messo tanto a capirlo, ma è l'unica cosa che ti fa andare avanti: essere consapevole di ciò che sei.
La musica fa così: lei va controcorrente e ti chiede di mettere tutto sulla bilancia, di non tralasciare nulla delle sfaccettature della tua personalità e di far respirare ogni singola cicatrice, di essere te stessa al 300%, e questo delle volte è difficile e delicato, pure pericoloso se ci fa ricadere dove non dovremmo, se ci illude di poter essere dove non saremo mai.

E sapete una cosa? Ci vuole un sacco di forza d'animo per vivere di musica. E per "vivere di musica" non intendo guadagnarci. Intendo essere in grado di risuonare quella stessa canzone, fra altri vent'anni, e piangere ancora, se ci va. Perchè quelli siamo noi. Perchè ci va, punto, e poco importa del resto. Perchè ancora una volta stiamo uscendo dalle nostre tane fatte di piccoli impegni, di piccole routine, di discorsi a vuoto, e stiamo ritornando a quel punto di partenza, di svolta, di fine, di riferimento. Ma esattamente quel punto nascosto da qualche parte dentro di noi. E nonostante tutto ne vale la pena, eccome.

Io so che l'ho trovato, il mio posto. Tra le note. Esattamente tra le note.
Non per questione di "essere portata", di avere del talento, di sapere di essere in grado di comunicare, ma semplicemente perchè ho capito e imparato che è con e tra le note che mi sento in tutto e per tutto quella che sono.
Credo in qualche modo di appartenere a questo mondo, e non voglio andarmene, non voglio essere innaturale, non voglio non farci più caso.
E so che non succederà.

A costo di rimetterci la stabilità emotiva e mentale, ogni giorno.
A costo di rimanere ancorata ai ricordi e alle speranze per una vita intera.
A costo di essere la prima a dire che non ci capisco proprio un cazzo, del mondo.
E mi sta bene così.



domenica 18 ottobre 2015

Tempo dove sei?

Tempo.
Tempo dove sei.
Scrivo alla fine di questa domenica che giorno di riposo si fa per dire, scrivo ma ho fatto fatica ad aprire questa pagina bianca, perché la prima cosa che ho pensato è "non ho tempo". Ed è vero, non ho proprio tempo: domani mi alzo alle 5.51, la solita sveglia del lunedì che mannaggiattè, e ancora adesso ho delle cose da finire, da sistemare, da risolvere, che è ottobre e già sto sull'orlo dell'esaurimento. Ma forse non c'è il tempo nemmeno per esaurirsi, nemmeno per dire che stiamo impazzendo.
Questa cosa delle volte mi fa davvero saltare i nervi.
E allora eccomi qui. Ho gli occhi che si chiudono, gli elenchi di cose da fare che mi ronzano in testa, ma sono ferma. Ferma su questa sedia davanti a questa scrivania con questa tastiera del computer con cui scrivo parole totalmente a caso. Perché voglio, macché voglio, PRETENDO, di avere la libertà di farlo.

Tempo.
Siamo risucchiati via dal tempo e dalle "tabelle di marcia", dagli orari di lezione e da questa sensazione di avere sempre qualcosa da archiviare, per sentirci meglio, perché se no si accumula tutto, perché se no, poi, domani, come faccio?, perché "no, scusa, un'altra volta, oggi ho da fare."
Da fare, fare, fare, fare, fare, fare, fare, fare.
E noi dove siamo?
Giuro, ogni tanto me lo chiedo. Noi dove cavolo siamo in tutto questo macello?
Forse è per questo che, in qualche maniera, cerco disperatamente dei modi per ritrovarmi, in queste giornate senza tregua, per ritrovare me stessa anche per 5 miserissimi minuti. Ed è per questo che mi vedete immersa nel mio mondo, per strada, con la musica nelle orecchie e non mi accorgo di voi, involontariamente, ma forse in quel momento ce la sto mettendo tutta per isolarmi dalle lancette che mi spingono sempre oltre, e sto cercando di coglierli, quei 5 miserissimi minuti di me, ventenne stanca un po' fuori di testa, e di non farli scivolare via sempre, così, e di non scivolare via con loro sempre, così, che basta, andiamo a letto e domani è un altro giorno. Certo, un altro giorno così, che basta, andiamo a letto di nuovo.

Non dico che la mia vita non mi piaccia. Non è così. Ho fatto delle scelte e le rispetto, perché ne conosco il motivo e so che contano. Però devo dire che delle volte è difficile. Davvero è difficile non perdersi di vista da soli, non iniziare a vagare senza sapere cosa cazzo stiamo facendo in questa vita, non essere indifferenti a quello che proviamo, e a quello che vorremmo, adesso, in questo istante, davvero e con tutto il cuore, perché so che tutti lo vogliamo, qualcosa, davvero, adesso, ma non c'è tempo. E facciamo tutti quanti finta che possa andare bene così. E tiriamo avanti, con i nostri acciacchi e i nostri casini in testa, sormontati dai rumori della metropolitana e della gente che parla al telefono. Ecco perché mi piacciono gli abbracci, le canzoni, i racconti. Quelli durano quanto ti pare. Concretamente sì, possono durare qualche secondo, una manciata di minuti, se vuoi, ma dentro ci trovi una miriade di emozioni e di tempo mai vissuto e di ricordi ripetuti fino alla nausea e di colori e di nuove speranze e di persone mai incontrate, ritrovate, perse, odiate, amate. E' così, che mi piace starne fuori, capito?, da questo pasticcio del tempo, delle 24 ore e della Terra che gira, precisa, torna il Sole e sei fregata, è un altro giorno, appunto, e sei in ritardo, non hai il tempo per prendere un caffè perché se no il posto seduta in Università te lo scordi, prendi la solita focaccia più economica che trovi perché non hai il tempo di cucinare, e non hai il tempo di mangiare, inizia la lezione, e non hai il tempo di sentirla finire, che devi correre a prendere il treno, e non hai il tempo di camminare, che devi correre a prendere l'autobus, e le energie se le risucchia il tramonto, così, senza chiedertelo, senza permesso, senza un'autorizzazione firmata, diamine, chiedimi se puoi, non ce la fai a lasciarmi ancora una manciata di reattività per capire dove mi trovo? e perché, perché, perché vago come una trottola cercando di ottenere qualcosa, di recepire informazioni, di rispondere a domande, di trovare soluzioni, di risolvere questa vita quasi fosse un'equazione a fine giornata la finisci e via, domani ce ne sarà un'altra.
Ma fosse solo quello. Fossero solo i resoconti e i risultati.
E il tempo per tutto il resto dov'è? E noi dove siamo ragazzi?

Hello, is there anybody in there?