Una di notte inoltrata, novembre, piedi gelidi, due coperte.
Stavo riflettendo sulla mia vita, come spesso mi succede di fare (nel mio continuare ad entrare ed uscire dalla bolla di isolamento dalla realtà).
Ieri suonavo la chitarra e piangevo.
Cioè, per chiarire meglio il susseguirsi degli eventi: ho preso la chitarra, ho iniziato a suonare gli accordi di una delle canzoni che hanno più significato per me, e quando ho iniziato a cantare mi sono accorta che intanto mi si erano gonfiati gli occhi di lacrime.
E mentre suonavo, cantavo e a tratti piangevo, ho pensato che sì, voler fare musica significa anche essere in grado di lasciare spazio ad emozioni vere.
A volte bei ricordi. A volte nostalgie, mancanze, malinconie. A volte ferite, perchè anche loro hanno bisogno di farsi sentire, ogni tanto.
E non è una cosa da sottovalutare.
Intendo proprio lasciarsi andare. Strappare quel pezzo di te dal profondoprofondo del tuo cuore e donarlo agli altri; non avere paura di ascoltare quella canzone, di urlare quella canzone, di sussurrare quella canzone, di scrivere una canzone, di trovarci una vita intera, in una piccola insignificante immensa infinita canzone.
E ho avuto la chiara e netta sensazione, di nuovo, di voler fare questo nella vita.
Musica.
A costo di farmi male.
A costo di sembrare ridicola.
A costo di perdermi e ritrovarmi mille volte.
A costo di non lasciarmi mai le cose alle spalle, i sentimenti alle spalle, gli anni alle spalle.
A costo di sembrare fin troppo staccata dalla realtà.
A costo di non risultare una persona seria, neanche questa volta, neanche domani, neanche quando "sarà il caso".
Ho bisogno, bisogno, bisogno nella mia vita della musica. E di poterne fare parte, in qualche modo.
Non dico di voler stare sotto i riflettori, non dico di volermi mettere in mostra e di scalare le classifiche del mondo. Credo, solo, di voler arrivare al cuore della gente, di voler raccontare la vita, i casini, le felicità, gli ostacoli, di voler essere in grado di darmi forza con le MIE forze, di non dovermi aggrappare ad altro, o ad altri, ma di sapermi rialzare in piedi in ogni momento, così, come sono. Esattamente come sono.
Lo scrivo perchè non me lo voglio dimenticare.
Perchè non voglio che arrivi mai il momento in cui io rinunci ad essere me stessa, in cui, come una cosa da mettere nello scatolone, abbandoni questa passione per dedicarmi ad un lavoro più normale, ad una vita più normale, a passatempi più normali.
Ho imparato giorno dopo giorno a gestire le mie emozioni, i diecimila trip mentali con cui convivo, le mie insicurezze e fragilità, i miei desideri, i miei sentimenti.
Ed esprimerli, riuscire a tirarli fuori significa decidere di non avere paura, di affrontarli, di affrontare te stessa e di ritrovare quel "come mi sento" di tre, quattro anni fa, di ieri, del futuro, di sempre.
La musica fa esattamente questo. Ti fa ricordare tutte le piccole crepe che ti ritrovi addosso o dentro di te, che custodisci nascondendole ed evitando di ripensarci, perchè poi ti blocchi, perchè poi non c'è via d'uscita. Ma essere forti significa accettarle, ammettere di averle, e caspita, ci ho messo tanto a capirlo, ma è l'unica cosa che ti fa andare avanti: essere consapevole di ciò che sei.
La musica fa così: lei va controcorrente e ti chiede di mettere tutto sulla bilancia, di non tralasciare nulla delle sfaccettature della tua personalità e di far respirare ogni singola cicatrice, di essere te stessa al 300%, e questo delle volte è difficile e delicato, pure pericoloso se ci fa ricadere dove non dovremmo, se ci illude di poter essere dove non saremo mai.
E sapete una cosa? Ci vuole un sacco di forza d'animo per vivere di musica. E per "vivere di musica" non intendo guadagnarci. Intendo essere in grado di risuonare quella stessa canzone, fra altri vent'anni, e piangere ancora, se ci va. Perchè quelli siamo noi. Perchè ci va, punto, e poco importa del resto. Perchè ancora una volta stiamo uscendo dalle nostre tane fatte di piccoli impegni, di piccole routine, di discorsi a vuoto, e stiamo ritornando a quel punto di partenza, di svolta, di fine, di riferimento. Ma esattamente quel punto nascosto da qualche parte dentro di noi. E nonostante tutto ne vale la pena, eccome.
Io so che l'ho trovato, il mio posto. Tra le note. Esattamente tra le note.
Non per questione di "essere portata", di avere del talento, di sapere di essere in grado di comunicare, ma semplicemente perchè ho capito e imparato che è con e tra le note che mi sento in tutto e per tutto quella che sono.
Credo in qualche modo di appartenere a questo mondo, e non voglio andarmene, non voglio essere innaturale, non voglio non farci più caso.
E so che non succederà.
A costo di rimetterci la stabilità emotiva e mentale, ogni giorno.
A costo di rimanere ancorata ai ricordi e alle speranze per una vita intera.
A costo di essere la prima a dire che non ci capisco proprio un cazzo, del mondo.
E mi sta bene così.